Di mari e campi da calcio

  • 15 settembre 2018

Di mari e campi da calcio

Torino ci accoglie in tutta la sua particolarità, quella di una città ipnoticamente
incoerente, di un’ex capitale in contraddizione con se stessa che sa di essere
stata uno splendore reale e che da tempo deve fare i conti con un cambiamento inarrestabile,
e la cosa non le va proprio giù. Le nuvole ci indicano che presto pioverà, ma
non è un problema. Siamo diretti verso la zona “più multiculturale di Torino”,
o così almeno ci dicono i nostri accompagnatori, dove è nato da qualche anno un
punto di accoglienza e d’incontro per i ragazzi stranieri e, soprattutto, per i
minori non accompagnati.

“Per forza” è ciò che Aylan – nome di fantasia ma tutt’altro che casuale – ci ripete
più spesso nel suo racconto. “Per forza sono dovuto venire via dal mio Paese, il
costo delle materie prime da noi è insostenibile; per forza ho dovuto lasciare
la scuola, chi aiutava i miei genitori, i miei fratelli?”. Con un italiano
praticamente perfetto e la grinta di un leone, Aylan ci tiene incollati alla
sua storia, una vicenda che ha inizio a 14 anni in nord Africa quando, poco più
che bambino, è uno dei tanti a cadere nella trappola delle carrette del mare:
“Se avessi saputo che avrei rischiato la mia vita, non sarei mai partito”. I
ragazzi intorno ad Aylan si uniscono nel delineare la strategia di marketing
impressionante con la quale gli scafisti ingannano il prossimo: per le ingenti
somme di denaro richieste, la promessa è quella di un viaggio moderno, sicuro,
quasi di lusso; disperazione e scarsità di notizie fanno il resto. È fatta: con
un autobus si arriva al mare, dove terribili imbarcazioni si rivelano alla
vista dei futuri viaggiatori, ma i ripensamenti non sono ormai più accettati.
“Sulla mia eravamo in 700, dopo averci unito con dei profughi siriani. Il
viaggio è stato terribile: dieci giorni senza sufficiente cibo, trattati come
animali. Quando l’ho raccontato ai miei amici, non mi hanno creduto”. Gli altri
annuiscono: ritenuti bugiardi in patria, impossibilitati a lavorare o a
muoversi in Italia, frustrati dal non poter aiutare la famiglia. Invisibili,
impotenti.

Il centro cerca di fare proprio questo, renderli di nuovo giovani con una visione
positiva di futuro: corsi d’italiano e informatica, supporto nello studio e
nella ricerca dei primi impieghi, corsi di formazione e uscite di svago, aiuto
nelle pratiche burocratiche, un luogo di ascolto e comprensione. Ora Aylan ha
18 anni, un’età nella quale la mia più grande preoccupazione era non prendere
il debito in matematica; lui non ha avuto il tempo di crescere, ha dovuto farlo
subito. Da poco convive con altri ragazzi come lui fuggiti da guerre o miseria,
lavora onestamente e manda la sua quota mensile a casa. La gratitudine e il
senso del dovere verso la terra che l’ha accolto sono enormi, la voglia di
riabbracciare un giorno il suo Paese ancora di più: “Sapete che dolore è?”.

Conclusa la chiacchierata, i ragazzi non stanno più nella pelle e iniziano a sottrarsi
alle nostre domande; gli educatori si scusano ma è il pomeriggio della partita
di calcio. Hanno affittato il campetto che dista qualche centinaio di metri. Li
seguiamo. Il pallone è un modo meraviglioso per alleviare i pensieri, per fare
gruppo, per sfogarsi nel mezzo di una settimana a volte pesante; sembra banale
dirlo, ma alla fine sono poco più che ragazzini, chiamati a tenere sulle
proprie spalle esperienze inimmaginabili, sogni inconfessabili, rimpianti e
fatiche dell’essere qui, stranieri e soli.

Ed è in questi mesi di episodi e dichiarazioni di razzismo, intolleranza, odio, che non ho potuto non pensare ad Aylan e ai suoi amici. E non ho potuto non pensare alla miopia di quei commenti e di quelle condanne, di chi non ha mai minimamente provato a mettersi nella pelle di uno solo di questi
ragazzi, sguazzando nei mari della comoda ignoranza. Io, non ho dubbi: davanti ai tuffi in certi mari, preferisco il "rischio" dello scendere in campo (da calcio).

Stefano

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